RIFLESSIONE STORIOGRAFICA :
EMIGRAZIONE E QUESTIONE MERIDIONALE
L’insieme di tutto quel complesso di situazioni sorte con
la unione delle regioni meridionali al resto dell’Italia , pose le fondamenta
di quell’ampio problema che viene identificato con il termine “Questione
Meridionale”.
Dopo l’euforia prodotta dall’impresa del Risorgimento, politici ed intellettuali cominciarono a domandarsi e a considerare il giovamento prodotto da tale azione. L’Italia, appena unificata, cominciò a dividersi in due correnti d’opinione, entrambe sotto l’egida di una risposta sostanzialmente negativa: gli intellettuali meridionali non poterono fare a meno di considerare l’inasprimento insopportabile del gravame tributario, la rigidezza amministrativa irriguardosa di mentalità e tradizioni, la legislazione complicata e spoliatrice; gli intellettuali settentrionali furono pronti ed espliciti nel ribadire e manifestare la loro delusione e la quasi irritazione nel vedere aggiunto al loro territorio, come un “peso morto”, una massa di popolazione povera , misera, e soprattutto in condizioni impressionanti di arretratezza civile.
La questione meridionale comincia ad essere ”documentata “ sin dal 1861, P. Villari, napoletano e formatosi alla scuola del liberalismo inglese, inviava al quotidiano lombardo “La perseveranza” corrispondenze in cui documentava attraverso le miserie e l’abominevole sofferenza della popolazione a lui familiare, l’assenteismo e le deficienze del nuovo regime statale
A questi scritti, raccolti in un opuscolo dal titolo
“Prime lettere meridionali”,
ne seguirono altri “Le seconde lettere meridionali” del 1875, in cui l’interesse
morale e sociale era accentuato.
Lo studio critico del Villari è diretto ai rapporti tra il Mezzogiorno e lo Stato con particolare riferimento alla funzione di stasi che le nuove istituzioni avevano assunto nel Mezzogiorno. Ritiene che nel Mezzogiorno manchino le condizioni essenziali per la realizzazione di un libero sviluppo, dal momento che si è giunti all’Unificazione dell’Italia con una rivoluzione politica che non è scaturita dalla trasformazione sociale derivante dalla presa coscienza delle reali condizioni in cui versavano le masse popolari e dal conseguente desiderio di modificare le situazioni, per cui il Meridione pur avendo cambiato governo e amministrazione , restavano immutati gli antichi privilegi che immobilizzavano l’ordinamento sociale perseverando negli atavici costumi semifeudali (1).
P. Villari fa notare che il governo costituzionale era sostanzialmente costituito dalla borghesia: “La classe dei proprietari, in mancanza d’altro divenne la classe governante” (2), indifferente e disinteressata nei confronti delle classi sociali meno abbienti; richiama l’attenzione sulla necessità di una riforma iniziata e diretta dal governo al fine di evitare sommosse popolari e superare il sentimento di opposizione che andava crescendo nelle province Meridionali, riforma indispensabile al progresso civile dell’Italia intera (3). Le “Lettere meridionali” rendono atto dei problemi del Mezzogiorno e stimolano la conoscenza della realtà al fine di comprendere i bisogni e cercare i rimedi dell’evidente disagio delle popolazioni.
I primi a parlare della precaria condizione delle popolazioni lucane dopo l’Unità di Italia, certificandola con dati, furono L. Franchetti e S. Sonnino che effettuarono una inchiesta sulle condizioni di miseria, esponendo in modo realistico le cause dell’arretratezza meridionale contro la sommaria conoscenza ed i pregiudizi della classe politica.
Già nell’autunno 1874, Franchetti nei suoi “Appunti
di viaggio, Calabrie e Basilicata” rende nota la deplorevole condizione di
disagio socio-economico dei
contadini: malnutriti, malvestiti, male alloggiati e il più delle volte
indebitati per far fronte alle spese di messa a coltura di un fondo che
garantisse la speranza della sussistenza (4). Nello status di debitore perpetuo,
generalmente verso il proprietario del suolo coltivato, e di dipendenza assoluta
da questi per il vitto giornaliero, è facile dedurre il ruolo personale di
assoggettamento che il contadino stabilisce col proprietario (5).
Unica reazione a questa situazione di brama
esistenza è la possibilità di emigrare, il Franchetti attesta: “Nel
1872 emigrarono in Basilicata 5.545 persone, di cui 5.150 per l’America. Degli
emigranti, 1.579 erano artigiani. 3.685 contadini. Nel 1873 emigrarono 3.891
persone, delle quali 3.634 per l’America, 815 erano artigiani, 2.561
contadini. La popolazione della
provincia è di 510.543 abitanti”(6). E domandandosi se, riguardo
all’emigrazione, sono maggiori i danni o i vantaggi riferisce che i contadini
considerano l’emigrazione un bene, e quasi tutti i proprietari “ ...malgrado la loro antipatia non dissimulata per l’emigrazione e
i loro lamenti per i danni che ne ricevevano, mi hanno confessato che la maggior
parte dei contadini tornati d’America dopo 3 o 4 anni, han riportato economie:
in generale dalle mille alle quattromila lire...” (7).
Egli nota che gli emigranti ritornati in paese
riattano prima di tutto la casa, o la comprano se non l’hanno, comprano
qualche volta un pezzetto di terra, quando il prezzo non è troppo esorbitante,
e poi, speso ritornano in America a guadagnare nuovi denari.
Ritiene vantaggiosa l’emigrazione “...perché le braccia
che tornano non lavorano più per conto dei proprietari se non a condizioni
migliori, e se non le ottengono, preferiscono tornare in America. D’altra
parte, le braccia rimaste disponibili, meno numerose di prima, hanno pure modo
di farsi pagare meglio” (8). E conclude sollecitando il governo a non
impedire l’emigrazione ma a tutelarla con opportune garanzie dal momento che
l’emigrazione è fonte di
benessere per chi emigra e strumento di sviluppo sociale
per l’intera popolazione, dal momento che potenzia i fattori della
produzione e rende consapevoli delle proprie capacità (9).
Nel 1870 venne svolta un’indagine sul ruolo di stimolo
all’emigrazione da parte degli agenti di navigazione, accusati di proclamare
di villaggio in villaggio l’esistenza di un luogo, l’America, dove era
possibile rifugiarsi per sfuggire alla fame e alla miseria, dove vi erano
ricchezze ad ogni passo e lavoro per tutti, dove esisteva la possibilità di
diventare ricchi. L’indagine confermò la funzione fomentatrice degli agenti
di navigazione. Si giunse alla distinzione tra emigrazione “artificiale”,
provocata da “eccitatori” e pertanto da scoraggiare, ed emigrazione
“spontanea”, da tollerare o favorire. Nel 1872, la Sinistra meridionale,
avvalendosi dei deliberati delle Camere di Commercio di bari, Catanzaro e
Foggia, e dei deliberati delle Camere Agrarie di Vallo Lucano, Sala Consilina e
Lagonegro, fa dello spopolamento delle campagne, del fiscalismo esasperante e
della delinquenza dilagante il suo programma politico di battaglia contro la
Destra (10).
La Circolare Lanza, del 1873, dava istruzione ai Sindaci
affinché negassero il nulla osta all’espatrio ai giovani di leva, ai militari
senza congedo assoluto, agli inabili e a chi era sprovvisto di mezzi (11).
L’attacco del Franchetti contro l’azione di impedimento
all’emigrazione effettuata dal Governo viene ribadito, con maggiore enfasi,
nella conclusione di un libro in cui espone i risultati di osservazione
dell’indagine scaturita dal suo
viaggio, nell’autunno 1874, dagli Abruzzi alla Calabria(12): si chiedeva che
cosa avesse fatto , sino ad allora, lo Stato in quella parte d’Italia, e
rispondendo alla domanda scagionava lo
stato dalla responsabilità della
mancata trasformazione economico e sociale delle province meridionali, ma lo
riteneva responsabile di non avere usato tutti i mezzi che poteva
usare per dare la prima spinta ai miglioramenti
e per aiutarle. Aggiungeva che se lo stato aveva delle colpe,
le divideva con tutto il rimanente della nazione che aveva fatto
affidamento sulla concezione che la libertà e il progresso risanassero da ogni
male.
Comunica che l’intendo delle le sue indagini era quello di
attirare l’attenzione del Governo
e delle Nazioni sulle province meridionali, di voler stimolare la conoscenza
diretta di quei luoghi, affinché la presa d’atto delle condizioni
socio-economiche delle popolazioni innescasse, nell’opinione pubblica, la
percezione della gravità del problema e ne stimolasse la ricerca e
l’attuazione dei possibili rimedi (13).
Intanto, il problema dell’emigrazione assume sempre
maggiore rilevanza a livello nazionale.
Il governo sensibile alla crescente ondata di espatri decise
di dare il via ad un’associazione per il patronato degli emigranti,
sull’esempio di altri paesi europei interessati al fenomeno
dell’emigrazione. Venne fondata a Roma il 15
dic. 1875 la Società di patronato per gli emigranti italiani (14).
Intenzione primaria, per il
governo, era quella di tutelare gli emigranti dall’attività speculativa degli
agenti di emigrazione diffusi soprattutto nelle aree più povere del
mezzogiorno.
Franchetti si adoperò, insieme
con Sidney Sonnino, per svolgere una vera e propria inchiesta in Sicilia nel
1876, che mise a fuoco in modo realistico le cause dell’arretratezza
meridionale contro la sommaria conoscenza ed i pregiudizi della classe politica
(15).
Scrive il Sonnino, nel 1879, che chi si opponeva al libero
corso dell’emigrazione cedeva dall’altra parte alle pressioni dei contadini
che chiedevano lavoro ai municipi, incoraggiando così il socialismo, minando
l’ordine pubblico e gonfiando le spese improduttive e il disordine economico,
mentre imperversavano pellagra e idee sovversive.
“L’emigrazione è
uno dei pochi mezzi efficaci, se non a togliere, almeno ad allontanare i
pericoli sollevati dalla questioni delle nostre plebi agricole che ingigantisce
dinanzi a noi e dinanzi alla quale chiudiamo gli occhi. L’ emigrazione
migliora gradatamente le condizioni fatte ai lavoratori della terra per la
diminuita concorrenza delle braccia, e, quando ben diretta, può inoltre
procurare al paese nuovi capitali, se gli emigranti ritornano, influenza gli
sbocchi commerciali all’estero, se si stabiliscono definitivamente nel luogo
di emigrazione” (16).
Lo stesso
parere viene espresso attraverso
l’ “Inchiesta agraria sulle condizioni
della classe agricola” promossa
dal Parlamento nel 1877 e pubblicata nel 1884
da S. Jacini, presidente della Giunta (17).
Franchetti e Sonnino non divulgarono solo attraverso studi,
scaturiti dai loro viaggi d’inchiesta, le
misere condizioni del Mezzogiorno ma la fondazione della Rassegna
Settimanale diede risonanza nazionale ai problemi del Mezzogiorno. Alla
rivista collaborò con le sue corrispondenze sociali da Napoli, G. Fortunato,
lucano.
Il Mezzogiorno diventa il baricentro dal quale dipartono e
convergono tutte le tematiche del suo pensiero politico.
Essendo lucano non poté
fare a meno di considerare le condizioni reali della sua terra.
La Basilicata appariva come una provincia spopolata situata
in un territorio formato da valli
paludose e malariche e da altipiani sterili e selvaggi, senza infrastrutture e
priva di industrie e di commerci, racchiusa nell’alpestre corona delle sue
montagne simboleggiava l’estremo limite della vita sociale.
Comunicava che il Mezzogiorno costituiva: “...
quello che ne ha fatto la natura ingrata e la sorte avversa: una gran causa di
debolezza, politica ed economica, per tutta quanta l’Italia, il cui destino è
quindi riposto nella resurrezione del Mezzogiorno” (18).
L’emigrazione agricola risulta il principale sintomo di
questa debolezza (19) e dopo averne documentato le cifre allarmistiche sollecita
l’attenzione governativa al problema (20). G. Fortunato in modo coraggioso ed
aperto rivolgeva una critica continua alla classe della borghesia possidente cui
egli stesso apparteneva. Alla ricerca delle cause sociali della miseria del
Mezzogiorno rivolge un sostanziale addebito di colpevolezza alla borghesia,
responsabile della mancanza del sentimento sociale e dell’interesse alla
trasformazione agraria; essendosi privata del capitale circolante con
l’acquisto dei beni ecclesiastici e costretta a ricorrere all’ipoteca e
all’usura per far fronte ai pagamenti viveva in condizioni di penuria. Le
ristrettezze di questa classe si proiettavano di riflesso sulle classi meno
abbiente costrette a ricercare la sussistenza verso altri lidi (21). Il
Fortunato esprime la necessità di “ uno
studio minuto sulle cause e su fenomeni dell’emigrazione che ha bisognoso di
essere guidata e ordinata” (22).
Nel programma presentato agli elettori di Melfi (22 MAGGIO
1880) per la sua prima candidatura alla Camera dei Deputati,così prospetta il
problema della ”questione meridionale” : “...è
sempre vero uno degli ultimi sagaci detti dal conte di Cavour, ossia, che
armonizzare il nord con il sud della penisola è impresa più difficile che aver
da fare con l’Austria e con la Chiesa; perché la nota caratteristica della
nuova Italia è sempre quella di un paese di grande povertà naturale, con
popolazione soverchiamente abbondante; perché la miseria domina nei ceti
rurali, non più rassegnati, non più sommessi alla borghesia, o incosciente o
curante solo dell’utile proprio, e
il carico delle imposte non equamente ripartito, isterilisce per i meno agiati
e le provincie più grame, che son le nostre, ogni fonte di risparmio”
(23).
Riprendendo il discorso
qualche mese dopo, al II Congresso delle Società Cooperative di Credito,
tenutosi a Bologna il 18 ottobre 1880, al quale, per la prima volta,
parteciparono due delegati meridionali in rappresentanza della banche mutue
popolari di Rionero in
Vulture e di Nereto degli Abruzzi , precisò e sottolineò l’esistenza di “due
Italie in una”: la più popolata era misera e priva di capitali,
sconosciuta ai partecipanti del Congresso (24).
La “questione lucana” assurgeva a notorietà di pubblico
tramite pubblicazioni su riviste e quotidiani e in sede parlamentare a seguito
delle interpellanze di Mango e Ciccotti, e soprattutto di Torraca del 20 giugno
1902 (25), fece sì che il Presidente del Consiglio bresciano Giuseppe
Zanardelli, volendo di persona rendersi conto delle così gravi realtà
denunziate, decidesse di visitare la regione.
Il problema giunge a chiarezza di coscienza e di
definizione, iniziandone la discussione in termini politici e storici, fino a
farla riconoscere come la questione massima dello Stato italiano unitario(26).
La questione meridionale deve al Fortunato l’affermazione e la messa in discussione, anche come deputato alla camera dal 1880, di “due verità”: quella delle “due Italie” fisicamente diverse e quasi opposte e consequenzialmente diverse nel processo della loro storia; e quella, contrastante in pieno con la leggendaria magnanimità della natura mediterranea culla della Magna Grecia e della sua splendida civiltà, della infelicità produttiva di gran parte del suolo del Mezzogiorno, geologicamente dissestato e climaticamente soggetto a un regime di aridità e di incostanza ed imprevedibilità delle precipitazioni atmosferiche.
Il Mezzogiorno come fulcro del pensiero politico del
Fortunato riceve massima espressione nel libro “La quistione Meridionale e la riforma tributaria”, pubblicato
nel luglio del 1904 (27). Ribadisce la sproporzione che esiste tra il Nord e il
Sud della penisola “nel campo delle
attività umane , nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel
genere della produzione...” (28).
L’inferiorità del Mezzogiorno è dovuta soprattutto alla
sua geografia, un paese che condizioni climatiche, pedologiche e topografiche
condannano alla miseria: “La questione
meridionale è quella, puramente e semplicemente, di un paese che dalla
geografia e dalla storia fu per secoli condannato alla miseria ...” (29).
Ai fattori fisici, si aggiungevano ancora cause storiche e politiche: l’Italia
meridionale era rimasta organizzata feudalmente, le cause e gli effetti dei
fattori naturali si legarono inestricabilmente con le sorti politiche, la grande
quantità di imposte abbattutasi sul Sud limitava ulteriormente la produzione.”
sistema tributario e regime doganale: ecco le due grandi pregiudiziali della
questione Meridionale...” (30). Come rimedio alle naturali calamità
Fortunato invocava la riforma tributaria, mediante “riduzione
di imposte ed aumento del capitale
circolante” (31), nella
speranza che l’agricoltura, unica fonte di reddito meridionale, potesse
tornare allo splendore del passato risolvendo il problema della miseria che non
scaturiva dall’assenza di una equa distribuzione ma da una deficiente
produzione della ricchezza; la miseria scaturiva dall’ impossibilità di
ripartire quello che non c’era (32). Allo stato egli chiedeva soltanto una
politica di giustizia e di onestà che correggesse la condizione di
sperequazione tributaria stabilitasi dopo l’unificazione tra il Nord, in
prevalenza industrializzato, e il Sud esclusivamente e miseramente agricolo
(33); chiedeva la revisione dei patti di economia protezionistica
ricadenti in ultimo a totale discapito della classe contadina
meridionale: “Tutti gli elementi della
vita economica sono appena sufficienti nel mezzogiorno a contrastare il trionfo
della morte” (34).
Rende atto che da ciò derivano le ragioni vere
dell’emigrazione transoceanica: “Se
non ci fosse l’America, se i nostri contadini non le chiedessero pane e
lavoro, che sarebbe di noi? E se un giorno cessasse cotesto benefico flusso
emigratorio...?”(35).
Solo dopo aver risolto il problema tributario lo stato
avrebbe potuto cimentarsi con la soluzione dei singoli problemi che articolavano
e complicavano la questione meridionale: sistemazioni idrogeologiche, malaria,
viabilità, specialmente ferroviaria. Ma la soluzione a questi problemi non
poteva scaturire da “le cosi dette leggi
speciali di favore, goffe raffazzonature, le quali hanno solo un’attenuante,
che è quella di essere ineseguibili, meno che nello sperpero...”(36).
Il problema dell’emigrazione riceve un posto di grande rilievo nella letteratura meridionalistica.
Sulle pagine della Rassegna
settimanale appare un interessante contributo di G. Fortunato: “L’emigrazione
e le classi dirigenti”
a difesa dell’emigrazione e in risposta contraddittoria
alle tesi pronunciate dall’onorevole Antonibon nella seduta della Camera del
12 febbraio 1879. Scrive Fortunato: “L’on.
Antonibon deplora il ‘morbo morale’ dell’emigrazione , ma non risulta
chiaro dal suo discorso quali siano gli elementi che determinano in essa il
carattere morboso...lamenta questa ‘diserzione’ per la quale i contadini
‘abbandonando le campagne improvvisamente, il paese perde braccia e capitali
fruttiferi, si rompono i patti colonici, si stralciano i debiti con i
proprietari, e, peggio ancora, la svogliatezza nel lavoro e la insubordinazione
si manifestano in tutti i paesi dove si è infiltrata questa febbre’.
Dall’altro lato egli si duole nel vedere che i contadini ‘emigrano e non
conoscono in che condizione si troveranno, poiché credono alle promesse degli
agenti di emigrazione e chiudono l’occhio ad ogni osservazione di chi li
invita sulla via di riflettere e di sapere che fanno’ “ (37).
Da queste parole si evincono, secondo Fortunato, le vere
ragioni che sostengono le tesi contro l’emigrazione: la conservazione di
particolari interessi di classe. L’abbandono delle campagne, la rottura dei
patti colonici, l’introduzione nelle campagne dell’insubordinazione e della
svogliatezza, in sintesi: la rottura degli equilibri di sfruttamento medioevale,
sostenuti a proprio abuso e
vantaggio dai proprietari terrieri e avallati dalla classe dirigente. Fortunato
non può fare a meno di far notare che l’emigrazione non può in nessun caso
essere attribuita all’ingenuità dei contadini “tratti in inganno” dall’operato degli agenti di navigazione e
quanto meno dall’ingordigia di guadagni e di altri bisogni fittizi indotti.
Causa dell’emigrazione è la povertà: le condizioni di estrema miseria in cui
si trovano relegati i contadini. Ed è proprio questa analisi attenta e la
considerazione di alcuni principi giuridici ed etici connessi alla libertà
individuale nonché gli effetti positivi che l’emigrazione esplicherebbe, che
motiva Fortunato a ritenere che l’intervento dello Stato debba essere di
guida, di sostegno e di orientamento (38). Oltre che come antidoto alla povertà
che caratterizzava la vita di quelle “popolazioni
ignoranti, sofferenti e rinchiuse entro i confini di una patria ingrata”
(39) e quale prospettiva di riscatto sociale per migliaia di contadini che
lasciavano la loro terra, l’emigrazione andava difesa per i suoi effetti
positivi sulla nazione nel suo complesso, sulle singole province e sulla
popolazione che restava.
I contadini che restavano traevano vantaggio
dall’emigrazione per via degli aumenti dei salari determinati dalla carenza di
manodopera e dalla minore concorrenza .
Gli effetti positivi per la nazione nel suo complesso e per
le singole province andavano individuati nelle ingenti rimesse economiche e
nelle relazioni commerciali che si andavano a stabilire con i paesi di
destinazione, a ciò andava aggiunto la funzione di ammortizzatore sociale che
l’emigrazione svolgeva nel contenere e
limitare i rischi di sommosse sociali ed
il relativo risparmio per investimenti devoluti al ripristino dell’ordine
pubblico.
La concezione del Fortunato a proposito dell’emigrazione
viene sintetizzata e rimarcata da una sua esplicita formulazione: “l’emigrazione
ci ha purgati della vergognosa piaga del brigantaggio... e, in tutti i casi, un
male, direi quasi provvidenziale, se esso ci libera, com’è innegabile, da
guai anche maggiori.” (40).
La reazione politica all’emigrazione, in un primo momento
si orienta verso la tolleranza, concependo l’emigrazione un surrogato della
carità pubblica e uno strumento per liberarsi della zavorra sociale.
L’implicita “via libera” data dalla classe dirigente italiana a una
emigrazione di massa fu innanzitutto
una operazione di immediato risparmio economico (41).
Se G. Fortunato per amore della sua terra natia fu il primo ad esprimere la volontà di rinnovamento morale e civile di quelle regioni, un altro lucano né seguì le orme Francesco Saverio Nitti.
Suo maggior merito, riconosciutogli
dallo stesso Fortunato, nel volume “La
quistione agraria e riforma tributaria” fu quello di aver demolito la
leggenda secondo cui il Sud pagava poche imposte e conteneva grandi ricchezze.
Dimostrò, tra le altre cose, che la Basilicata aveva più espropriati per
debiti di imposte che tutta l’Italia del Nord e quella centrale (42). La
concezione del Nitti a proposito della questione meridionale fu di grande
importanza prima ancora che per il contenuto delle soluzioni da lui auspicate,
per il metodo con cui affrontò unitariamente i problemi del Mezzogiorno come
aspetti particolari, ma collegati, del grande problema dello sviluppo economico
e della trasformazione industriale dell’intera nazione. La sua indagine valuta
condizioni obiettive e realistiche della società, e la questione sociale
assurge a nucleo del paradosso dei dislivelli economici nazionali.
Con i suoi scritti dimostra che l’arretratezza del
Mezzogiorno, non dipende da mali antichi scaturenti dal secolare intreccio di
condizioni geografiche avverse ,
come affermava il Fortunato, ma è direttamente correlata ai fenomeni economici
e finanziari sviluppatesi con il processo di Unificazione (43). Nel volume Nord
e Sud (1900) Nitti svolge un esame attento del bilancio dello Stato italiano
degli anni successivi all’unità. La sua oggettiva concretezza gli fece
intuire che la soluzione dei problemi nazionali era da ricercarsi nella
prospettiva di una politica economica fondata sul principio di una migliore
distribuzione del reddito nazionale.
Proclamava che l’esistenza del povero era di per sé
l’insidia al ricco e non per ragioni morali bensì politiche.
Egli era fermamente convinto che non si potessero fondare le
condizioni di grande sviluppo dell’economia nazionale se il Mezzogiorno non
diveniva parte attiva di sviluppo. La questione meridionale veniva percepita
come causa ed effetto del mancato sviluppo dell’Italia intera.
Egli sosteneva che la trasformazione economica del Nord non
era dovuta a particolari meriti, ma frutto e conseguenza di condizioni storiche
e geografiche: vi era maggiore cultura e vi era la pratica del governo
rappresentativo.
Egli aveva accertato che al momento dell’unione l’Italia
meridionale aveva tutti gli elementi per trasformarsi: possedeva un grande
demanio, una grande ricchezza monetaria, ciò che le mancava era ogni educazione
politica; ciò che bisognava fare era educare le classi medie e formare,
soprattutto, l’ambiente politico. Era necessario ricostruire il territorio,
fermando il flagello della frana rifacendo il bosco, utilizzare le acque. Ma,
soprattutto educare l’uomo del Sud poiché alla sua incoscienza dei suoi
stessi mali, è dovuto anche in parte, l’abbandono del Mezzogiorno; bisognava
formare la coscienza collettiva, eliminare quanto di antisociale persisteva, non
per innata retrività ma per colpa della miseria, dell’isolamento,
dell’oscurantismo in cui queste popolazioni sono state forzatamente immerse
(44). Con le sue analisi statistiche riuscì a dimostrare che quasi tutte le
Regioni meridionali , in proporzione alla loro ricchezza, pagavano più tasse
delle Regioni Settentrionali e ricevevano meno in termini di sussidi e aiuti
statali
Il suo Meridionalismo non era una battaglia contro la povertà
delle province del sud, ma per la ricchezza di tutto il paese, per
l’equilibrio dei fattori produttivi, per la maggiore produttività della
stessa agricoltura meridionale.
Anche per Nitti il problema meridionale era un problema
nazionale, egli sosteneva che la politica italiana non poteva rinnovarsi fino a
quando l’atteggiamento del governo verso il Mezzogiorno non sarebbe stato
diverso.
La stessa legge per la Basilicata era l’effetto di una
improvvisazione e soprattutto di una scarsa conoscenza dei problemi della
regione; egli era dell’avviso che non si potessero fare delle leggi speciali
per una parte della popolazione, ma si dovevano modificare le leggi generali in
guisa da eliminare le ingiustizie più gravi e limitare le cause presenti di
depressione nel Mezzogiorno.
Nitti intravide nella scoperta dell’elettricità la
soluzione del problema della miseria italiana. I terreni scoscesi, accidentati e
le frequenti cadute di acqua erano proprio ciò che occorreva per creare ingenti
forze idrauliche. L’energia delle acque, apportatrice di morte e rovina si
sarebbe trasformata in energia elettrica trasformando
l’Italia in un grande paese industrializzato. Ecco cosa lo Stato avrebbe
dovuto compiere per sollevare le sorti del Mezzogiorno: sfruttare le sue risorse
idriche per creare grandi centrali elettriche. Il problema delle acque, univa,
condizionandoli, i vari problemi delle bonifiche, della malaria, dei
rimboschimenti, della sistemazione dei fiumi e torrenti: perseguendo una
politica per la produzione dell’energia idroelettrica, tutti gli altri
problemi sarebbero venuti meno e si sarebbero create le basi
all’industrializzazione del Mezzogiorno, facendo tornare le regioni
interessate allo splendore di un tempo.
Non più quindi, una visione fatalisticamente pessimista, ma
quella di uno Stato propulsore, attivo teso a mutare il volto del Sud.
La questione meridionale secondo Nitti non si risolveva solo
ed esclusivamente risolvendo una questione economica di carattere generale, ma
anche e soprattutto facendola diventare una questione di educazione e di morale.
La questione meridionale si sarebbe risolta “cambiando i
meridionali”.
Nitti auspicava che il nostro paese si trasformasse da
esportatore di uomini, in esportatore di merci; che esso diventasse cioè un
grande paese industriale (45).
Nel 1888 dedica un libro a G. Fortunato dal titolo
emblematico: “L’emigrazione
italiana e i suoi avversari”; avvalendosi delle considerazioni
sull’argomento già evidenziate dal Fortunato (46), Nitti
si dichiara favorevole all’emigrazione e passa in rassegna,
confutandole, le maggiori considerazioni dei cosiddetti avversari.
Il libro assume una valenza politica attestandosi come
contrapposizione sia al disegno di legge speciale sull’emigrazione presentato
il 15 dic. 1887 dal Presidente del Consiglio, nonché Ministro dell’Interno,
on. Crispi e sia alle
argomentazioni sfavorevoli all’emigrazione sostenute da Carpi, Florenzano,
Ferrara ed altri secondo le quali l’emigrazione avrebbe comportato effetti
negativi e sarebbe sorta per cause fittizie alimentate dagli agenti di
navigazione.
L’intervento di Nitti confutava principalmente l’art. 5
del disegno di legge presentato da Crispi che appariva una aperta violazione
alla libertà individuale concedendo al Ministero dell’Interno, quando
riteneva esagerata l’emigrazione di una provincia, di non concedere licenze
agli agenti, e, vietando gli arruolamenti, sotto qualunque pretesto, arrestare
l’emigrazione.
Egli ritiene che gli effetti negativi che erano stati
attribuiti all’emigrazione non trovavano alcun riscontro nella realtà, la
negatività scaturiva da analisi del problema non adeguate e ispirate da idee
preconcette poste a difesa di specifici interessi di classe, e ciò era
confermato anche dalla demagogia che veniva impiegata ricercando le cause del
fenomeno emigratorio (47).
Le istanze demografiche circa lo spopolamento del
territorio, quelle economiche circa l’abbandono e la svalutazione dei terreni,
quelle umanitarie circa le cattive condizioni degli emigranti all’estero,
quelle giuridiche circa i disegni legislativi europei, vengono prese in
considerazione per essere sistematicamente smentite alla luce di dati reali.
Nitti dimostra che i timori legati allo spopolamento erano
del tutto infondati in quanto in Italia vi era un alto tasso di fecondità ed un
basso tasso di mortalità. Questi due fattori in concomitanza al
rientro di molti emigranti avrebbero concorso a garantire l’equilibrio
demografico.
Quanto poi ai danni economici, all’aumento dei salari e
alla svalutazione dei terreni, Nitti dichiarava che nessuna documentazione o
atteggiamento reale rilevava questa situazione.
In riferimento alla constatazione che l’emigrazione non
riusciva di fatto a migliorare la condizione degli emigranti che spesso erano
costretti a vivere all’estero gravi situazioni di marginalità economica e
sociale, Nitti faceva notare che ciò poteva essere accaduto negli Stati Uniti
dove vi era la grande concorrenza degli emigrati irlandesi, inglesi e tedeschi,
ma non era così per gli italiani emigrati nell’America del Sud o in altri
territori dove la concorrenza lavorativa era minore.
Contrariamente a quanto veniva affermato o supposto riguardo
alla legislazione delle maggiori regioni europee, Nitti faceva notare che tale
legislazione era favorevole all’emigrazione e perfettamente aderente ai
principi giuridici, politici ed etici connessi con la libertà individuale.
Alla ricerca delle cause dell’emigrazione e per confutare
le idee preesistenti, Nitti esplicita la sua concezione causale ascrivendo lo
stato della situazione alle condizioni economiche,
politiche, al rapporto tra le classi, all’assetto ed alla distribuzione
fondiaria.
Ed è proprio agli interessi dei proprietari terrieri che va
attribuita, secondo Nitti, in sintonia con le conclusioni di Fortunato, la lotta
politica compiuta contro l’emigrazione.
Egli vede nell’emigrazione una “una potente valvola di sicurezza contro gli odi di classe”(48).
Secondo Nitti l’emigrazione non è altro che una reazione
dei contadini all’azione di sfruttamento e alle condizioni di generale e
diffusa precarietà. Una reazione spontanea, non indotta dagli agenti di
navigazione , ma piuttosto provocata e stimolata dal persistere di rapporti di
dipendenza personale all’insegna del feudalesimo. Una reazione inevitabile
e inderogabile: “per molte province dell’Italia meridionale l’emigrazione è una
necessità, che viene dal modo come la proprietà è distribuita...volerla
sopprimere o limitare... è atto ingiusto e crudele...perché dove grande è la
miseria e dove grandi sono le ingiustizie che opprimono ancora le classi più
diseredate dalla fortuna, è legge triste e fatale: o emigrati o briganti”
(49).
Nitti afferma che l’emigrazione italiana dopo una
flessione avutasi negli anni dal 1860 al 1867, dato che dimostrerebbe che il
brigantaggio attirò, in questo periodo di massima espansione, molti di coloro
che sarebbero stati costretti a sopravvivere lasciando la patria con
l’emigrazione, aumentò rapidamente e notevolmente dopo la repressione del
brigantaggio.
Vietare l’emigrazione
sarebbe stato un’attribuzione di colpa verso lo Stato, una
testimonianza di insensibilità, un’assumersi la responsabilità e farsi
carico delle condizioni esasperanti della miseria dilagante e della reazione
violenta della popolazione, prevedibile e sanguinaria: il brigantaggio. E’
questa la formulazione più espressiva ed efficace del Nitti a proposito
dell’emigrazione. “O emigranti o
briganti”, è la sintesi di tutta la sua concezione sull’argomento:
l’emigrazione non può essere impedita perchè ad essa l’unica alternativa
di sopravvivenza è il brigantaggio, essa è “una
necessità ineluttabile” e per arginare la situazione poco proficue
risultano le azioni di bonifica del territorio
per ampliare i fondi coltivabili, i programmi di modernizzazione per
aumentare la produttività dell’agricoltura che procedono in maniera lenta e
non sono opere brevi, “e intanto la
nostra popolazione cresce e il disequilibrio aumenta....la sola , la grande
valvola di sicurezza è l’emigrazione”(50).
Le concezioni e le prese di posizione argomentate in “L’emigrazione
italiana e i suoi avversari” furono riprese e sostanziate dalle ricerche
sul campo svolte per l’“Inchiesta
parlamentare del 1907 sulle
condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia”.
Nitti fu il relatore per la Basilicata e la Calabria ed ebbe modo di proporre
l’alleanza del grande capitale del Nord con i disoccupati del Mezzogiorno.
L’Inchiesta testimonia il dispiegarsi di un nuovo
interesse per il Sud. L’acquisita documentazione tramite l’intervista
diretta con contadini proprietari e amministratori consente a Nitti di
approfondire e allargare il tema dell’emigrazione.
“In
queste provincie l’emigrazione è il fenomeno che sovrasta tutti gli altri:
Non vi sono che poche leghe, non vi sono scioperi, non vi sono forme di lotta
industriale. Chi è scontento, se può, va in America; se non si rassegna a
soffrire” (51).
Nitti non può fare a meno di notare che il contesto sociale
del Mezzogiorno era diviso tra la grande miseria dei braccianti, costretti perciò
ad abbandonare il proprio paese, e il parassitismo redditiero delle classi
dirigenti, il quale diventa il bersaglio polemico che permette di considerare
l’emigrazione un bene, poiché essa, benché causata dalla miseria,
rappresentava un fattore di trasformazione e di miglioramento delle condizioni
di vita testimonianza dello spirito di intraprendenza all’insegna della
diffusione della civiltà, seppure tra grandi sofferenze (52).
L’agricoltura del Mezzogiorno necessita del sostanziale
intervento dello Stato per accrescerne la produttività: rimboschimento, lotta
alla malaria, nuova politica tributaria, ricostruzione dei demani comunali e
istruzione pubblica, ma in attesa dell’auspicato intervento dello stato è
intervenuta spontaneamente una causa modificatrice: l’ emigrazione (53).
Le modifiche più importanti erano rappresentate dalla
diminuzione della manodopera disponibile con conseguente diminuzione della
disoccupazione e crescita dei salari con consequenziale miglioramento delle
condizioni di vita dei contadini, il ribasso dei canoni di fitto delle terre,
l’agevolazione delle trasformazioni agricole con la decurtazione delle rendite
della proprietà non coltivatrice, l’abbandono delle terre meno fertili e meno
accessibili e la formazione, dovuta all’investimento dei “capitali
americani”, di una piccola proprietà contadina. Queste cause modificatrici
compensavano i mali, i pericoli e i travagli dell’emigrazione .
Già il 21 novembre del 1896 parlando a Portici sulla “Nuova
fase dell’emigrazione italiana” Nitti riferiva che da più parti
l’emigrazione italiana era considerata una
perdita nazionale, ed economisti facevano complicati calcoli per determinare la
perdita di capitale, in termini di persone, subita dal Paese a causa
dell’emigrazione.
Ma Nitti faceva notare
l’emigrazione non solo non è un male ” è una necessità ineluttabile... è una scuola potente, è l’unica,
la grande salvezza di un paese privo di risorse e ferace di uomini... Questi
milioni d’ignoti, che solcavano e solcano l’oceano infido, hanno tracciato
le vie dell’avvenire.” (54).
L’emigrazione percepita per molti anni come causa di
debolezza dev’essere orientata e diretta per lo sviluppo nazionale (55).
Il governo ha considerato l’emigrazione dal punto di vista
della pubblica sicurezza, ma ha trascurato l’aspetto economico e sociale
dell’emigrazione, i mali denunciati e verificati “sono un nulla di fronte al grandissimo bene che n’è venuto alla
Nazione” (56). Alla domanda se l’emigrazione dev’essere ostacolata
fa notare che la maggioranza
degli intervistati ha espresso un parere negativo. Fermo nella sua convinzione
che la ricerca empirica avvicinasse alla verità e che i giudizi scaturiscono
dai fatti , afferma: “ Il mondo è
libero, diceva il povero contadino di Lagonegro. Ed è la libertà che,
determinando questo immane esodo di uomini è stata insieme ragione di duro
tormento e di profonda rinnovazione” (57).
Concorde con gli studi divulgati dal Nitti
sull’emigrazione, per taluni aspetti, è
l’argomentazione di Ettore Ciccotti, primo deputato socialista del
Mezzogiorno, che espresse le sue considerazioni in “L’Emigrazione”
(1912).
Percepita come un fenomeno “centrale della vita meridionale”(58) l’emigrazione, vista da
Ciccotti, appare come “sciopero immenso,
colossale...” (59).
Ciccotti parlava di “…piccoli
artigiani e contadini soprattutto, i quali, per sentimento proprio e nella
considerazione altrui, si ritenevano quasi legati alla gleba e che non
concepivano, si può dire, un orizzonte più largo di quello delimitato e chiuso
dai monti onde era circoscritto il proprio Comune; improvvisamente...si son dati
a varcare il mare ignoto, verso paesi ignoti, senza una visione, comunque
concreta, di ciò che potessero o dovessero fare…” (60).
Nell’esame dell’emigrazione tende a focalizzare la sua
attenzione sulla condizione dei contadini: “...a
spingerli verso quell’ignoto, avevano concorso, insieme, la scarsa produttività
del suolo... le ricorrenti crisi agrarie, i sistemi tributari gravi pel
peso...gli intollerabili sistemi amministrativi...compenetrati di usi ed abusi
feudali; la malaria, e forse anche l’inconsapevole spirito d’imitazione e di
attrazione...”(61).
L’emigrazione appare un fenomeno sociale che accanto ai
suoi lati sfavorevoli, rappresentati principalmente
dal fatto che il paese d’origine non si libera solo delle forze eccedenti
l’esubero della forza lavoro, ma con l’emigrazione viene privato delle
energie migliori suscettibili di essere impiegate in patria, testimonianza ne
sono “le lunghe distese di campi incolti
e abbandonati” (62).
Per quanto riguarda l’effetto economico Ciccotti
riconosceva all’emigrazione un effetto positivo in quanto canale finanziario
che diveniva strumento di lotta
all’usura, e degli effetti negativi in quanto il rialzo dei salari e il
conseguente miglioramento di vita limita “l’impulso
e la forza a quella reazione contro l’ambiente arretrato che più di tutto
potrebbero costringerlo a rinnovarsi”(63); le stesse decantate rimesse, sulle quali viene fatto affidamento
per lo sviluppo produttivo “non servono
in buona parte che ad alimentare le donne, i minorenni, i vecchi, tutti gli
elementi improduttivi della famiglia rimasti in Italia e resi inattivi
dall’assenza del capo famiglia; o vanno semplicemente a ingrossare quel fondo
delle casse di risparmio postali” (64).
Altri effetti negativi venivano identificati nelle
deplorevoli condizioni di vita degli emigranti nei paesi esteri, condizioni che
compromettevano irreversibilmente il decoro nazionale; le loro condizioni di
vita li posizionavano nelle stato inferiore della popolazione, esercitando i
lavori più umili e faticosi (65). Gli emigrati si recavano nei paesi esteri con
attitudini professionali tali da non permettere di svolgere ruoli prestigiosi e
remunerativi, così restavano collocati in status marginali che non permettevano
l’integrazione sociale e di conseguenza il
miglioramento degli atteggiamenti civili e culturali dovuti al contatto
con una società industrializzata e ricca (66). Malgrado la presenza di questi
aspetti compromettenti del decoro nazionale, dei quali è mancata al governo la
presa coscienza e di conseguenza non adeguata è stata l’azione legislativa,
lo Stato non deve vietare l’emigrazione ma deve far sì che “questa emigrazione si realizzi come un fenomeno fisiologico e non
patologico; riversandosi all’estero quando non trovasse un impiego utile in
patria o quando lo trovasse più utile“ (67). Lo Stato non deve vietare
l’emigrazione ma deve propendere per la sua limitazione, favorendo in Patria
l’elevazione del tenore di vita tramite lo sviluppo della produzione e il
progresso civile stimolato dall’istruzione generale e tecnica.
Purtroppo lo scarso interesse delle classi dirigenti e dello
Stato fanno restare l’emigrazione “uno
sforzo puramente impulsivo, disordinato, puramente individuale, con cui il
popolo più umile...abbandonato a sé stesso ha cercato -sotto forma di
adattamento divergente- un rimedio” (68). Nonostante le degenerazioni
negative del fenomeno, lo Stato, a parere di Ciccotti non aveva il diritto di
negare l’emigrazione, ma semmai, in concordanza a quanto affermava Nitti, il
dovere di sostenere ed orientare gli emigranti.
La polemica sull’emigrazione che aveva assunto in
Nitti toni particolarmente drammatici, proprio per l’assenza di posizioni
pietistiche e per il suo stringato realismo, la sua discussione esplicata
attraverso studi che si avvalsero
dell’analisi dei fatti e furono elaborati alla luce dei dati economici
partendo da premesse
acquisite nel corso della polemica post-unitaria, proiettandole nel
contesto unitario dello Stato italiano e riproponendole su un quadro organico
dello sviluppo economico, sociale e civile del Paese: il produttivismo (69)
immerso in una struttura di mercato liberale, costituì la base e il sostegno
concettuale di molta parte delle analisi sull’emigrazione. Concezione che
diventa un vero e proprio elemento ideologico caratterizzante e riceve continuità
e sviluppo nella rivista “La Basilicata
nel mondo”, fondata
e diretta da Giovanni Riviello e ispirata
al pensiero dello statista lucano. I riferimenti a Nitti soprattutto nel primo
numero sono ricorrenti.
“La Basilicata nel
mondo” pubblicata (dal 1924 al 1927) in un periodo storico di transizione
fra il declino della democrazia e l’ascesa del regime fascista, offriva una
determinante documentazione dei rapporti fra gli emigranti lucani e l’America
che li ospitava.
Nacque come tentativo di diffondere una identità regionale
produttiva: il lavoro dei lucani all’estero, specie negli Stati Uniti
d’America. Vengono riportati, a volte quasi mitizzati, il protagonismo di
imprenditori, di finanzieri, artigiani e braccianti, le significative vicende
americane degli imprenditori edili e dei banchieri lucani; valorizzando la loro
intelligenza, la tenacia, la perseveranza, rimaste o riuscite improduttive nella
loro terra nativa povera e inospitale. Contrapponeva all’immagine dei lucani
emigranti poveri ed incolti, una immagine che evidenziava e metteva in risalto
la capacità imprenditoriale (70).
L’emigrazione è considerata ricerca di benessere
economico, ma un benessere individuale che poco influisce nella determinazione
del benessere sociale e territoriale della Regione d'emigrazione ed è quasi
dannosa per lo sviluppo sociale, non consentendo il mutamento che scaturisce
dalla rivendicazione di condizioni di vita migliori che con la contestazione
portano alla demolizione di strutture lavorative preesistenti e alla conseguente
istituzione di rapporti nuovi, i
quali richiedendo l’adeguamento
lavorativo alle nuove situazioni crea la coscienza del rispetto dei propri
diritti (71).
Il fulcro della rivista era costituito dalla vita degli
emigranti lucani nelle Americhe: il mondo che lavorava, produceva e teneva alta
l’immagine della Regione all’estero. G. Riviello tese a fare della rivista
l’organo di questa emigrazione, divulgando interessi e idealità di quella
emigrazione, contro le frequenti ed esasperate denigrazioni che gli emigrati
erano costretti a subire dalle teoriche demagogie del tempo. Precisa che il
movimento emigratorio si può distinguere in due fasi: nella prima fase emigrano
contadini analfabeti con una gran
forza di volontà e disponibilità al lavoro, ma incapaci di adattarsi alla
civiltà e all’industria americana; nella seconda fase si distinguono persone
capaci di adattarsi all’ambiente di ricezione e professionalmente preparate
che con la loro genialità e il loro spirito d’iniziativa
danno un contributo proficuo al decoro
Regionale e al paese che li ospita (72). G. Riviello attraverso i suoi
articoli cerca le motivazioni che spingono i lucani ad emigrare, dalle sue
considerazioni emerge che l’emigrazione non è giustificata da condizioni di
miseria esasperata e tantomeno da ragioni demografiche essendo il territorio a
bassa densità di abitanti (73), ognuno avrebbe potuto trovare il modo di
sostenersi in patria, ma l’aspirazione a migliorare le proprie condizioni di
vita e lo spirito d’imitazione sospingeva schiere sempre più numerose verso
le Americhe, divenendo una necessità di vita: “ è necessario emigrare per conquistare l’agiatezza o la ricchezza” (74).
Dopo tre anni di pubblicazioni, le considerazioni
sull’emigrazione del direttore della rivista dimostravano che l’ispirazione
nittiana, presente alla fondazione della rivista, si andavano dissolvendo.
“La Basilicata nel
mondo” cessò le sue pubblicazioni nel 1927.
L’epoca delle denunce dei meridionalisti: dalle “Lettere
Meridionali” di P. Villari, alle pagine di G. Fortunato, di F.S. Nitti, di E.
Ciccotti, offrono della Basilicata un quadro storico che si profila con
chiarezza delineando sempre maggiore consapevolezza delle reali condizioni del
Mezzogiorno ed approda in pieno neorealismo e dopo la II° guerra mondiale,
al “Cristo si e’ fermato ad Eboli” di C. Levi. Un libro pubblicato
nel 1945, ma riferito al periodo di confino
in Basilicata (1935-1936).
Levi raccontando l’esperienza del suo relazionarsi con un
civiltà diversa, “altra” rispetto alla sua: quella dei contadini del
Mezzogiorno, sembra voler suggerire la chiave dei problemi economici, politici e
sociali del Meridione.
Descrive con appassionato interesse il volgere della vita,
suggellata da una deprimente e inumana miseria, nei paesi Lucani in cui è
confinato: Grassano e Gagliano.
Osserva che la vita politica non riesce a trovare spazio, si
fa ogni giorno più lontana, cade in oblio dinanzi alle esigenze della
sussistenza, sempre più difficile a soddisfare date le estreme condizioni di
povertà e le distanze con lo Stato e dallo Stato si fanno sempre
più grandi e incolmabili, lo Stato viene percepito come un male
inevitabile e ad esso si reagisce con rassegnazione
e soprattutto con incomprensione visto che lo stato si esprime con
provvedimenti non confacenti e poco utili al miglioramento della vita dei
contadini (75).
Sentito e profondo è il problema dell’emigrazione: “Gagliano
ha milleduecento abitanti, in America ci sono duemila gaglianesi. Grassano ne ha
cinquemila e numero quasi uguale di grassanesi sono negli
Stati Uniti. In paese ci restano molte più donne che uomini” (76).
Gravosi sono gli effetti dell’emigrazione in termini di destrutturazione sociale e di riflessi sulla morale: “…Gli uomini mancano e il paese appartiene alle donne. Una buona parte delle spose hanno il marito in America. Quello scrive il primo anno, scrive anche il secondo, poi non se ne sa più nulla, forse si fa un’altra famiglia laggiù, certo scompare per sempre e non torna più. La moglie lo aspetta il primo anno, lo aspetta il secondo, poi si presenta un’occasione e nasce un bambino. Gran parte dei figli sono illegittimi: l’autorità delle madri è sovrana” (77).
La speranza del riscatto e d’integrazione sociale è rappresentata dall’America: “L’altro mondo è l’America…Non Roma o Napoli, ma New York sarebbe la vera capitale dei contadini di Lucania, se mai questi uomini senza Stato potessero averne una” (78).
Levi riferisce che i contadini giunti in America continuano a fare vita grama per risparmiare la maggior quantità di danaro possibile, poi spinti dalla nostalgia di rivedere parenti e amici rientrano in Patria col proposito di soffermarsi poco, ma spesso si presenta l’occasione di acquisto di un pezzo di terra, e la prospettiva di cambiare status li spinge ad acquistare il terreno, fermarsi e sposarsi nel paese natio. L’investimento porta via tutti i risparmi, la terra produce pochissimo e le tasse sono esose e così in breve tempo si ritorna nelle misere condizioni degli anni precedenti alla partenza. Con la miseria torna l’atavica rassegnazione amareggiata dal rimpianto di un paradiso perduto: “…questi americani non si distinguono più in nulla da tutti gli altri contadini…Gagliano è piena di questi emigranti ritornati: il giorno del ritorno è considerato da loro tutti un giorno di disgrazia” (79). Scarso è il progresso portato dall’emigrazione in questi luoghi e la civiltà contadina resta immobile nei suoi retaggi di povertà assoluta, ma la rivolta è latente e temibile ne è la ferocia prevista: “La civiltà contadina è una civiltà senza Stato e senza esercito…sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto; e la crisi mortale si perpetuerà…Il brigantaggio, guerra contadina ne è la prova e quello del secolo scorso non sarà l’ultimo…” (80).
Le leggi speciali, le opere pubbliche, le bonifiche non avevano risolto il problema Meridionale; lo scritto di Levi, ispirato dal diretto contatto con la miseria più profonda, denunciava in tutta la sua nudità la parte dolente di un’Italia ancora immersa nell’ingiustizia sociale e sottoposta all’indifferenza politica.
Il fascismo, attraverso i discorsi del Duce, aveva esaltato il primato della Lucania ma gli interventi pratici non avevano contribuito a modificarne le reali condizioni di esasperata miseria:” La Lucania ha un primato che la mette alla testa di tutte le regioni italiane: il primato della fecondità, la quale è la giustificazione demografica e quindi storica dell’Impero. I popoli dalle culle vuote non possono conquistare un Impero… Hanno diritto all’Impero i popoli fecondi , quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra… I problemi che interessano la vostra terra sono già conosciuti. Si è fin troppo scritto e poco operato… Molto si è fatto durante questi 15 anni, ma la realtà vuole che si aggiunga che moltissimo resta ancora da fare e sarà fatto” (81).
La guerra d’Etiopia rese di trascurabile importanza il problema del Mezzogiorno, e le sue condizioni restarono immutate.
Ma Levi propone una soluzione: “Il problema meridionale si risolverà… se sapremo creare una nuova idea politica e una nuova forma di Stato, che sia anche lo Stato dei contadini; che li liberi dalla loro forzata anarchia e dalla loro necessaria indifferenza. Né si può risolvere con le sole forze del mezzogiorno… ma soltanto con l’opera di tutta l’Italia, e il suo radicale rinnovamento”(82).
La civiltà contadina descritta da Levi evidenziava e poneva in risalto una condizione contadina la cui storia convergeva in una situazione di disperata miseria, identificata, attraverso la Questione Meridionale, nelle formulazioni di marginalità scaturite dall’isolamento, dalla malaria, dalla fame, dalla lunga permanenza in condizioni di miseria.
Il libro di Levi diviene espressione di un meridionalismo in cui la Basilicata sembrava simbolizzare la nozione di Mezzogiorno arretrato e diveniva, quindi, metafora dell’intero Mezzogiorno.
I dati demografici registrati ne facevano, in un certo senso, la Regione “tipica” del Mezzogiorno: essa aveva un’alta percentuale di popolazione occupata in agricoltura ed era profondamente interessata, tra il 1871 ed il 1936, alle ondate emigratorie, l’emigrazione assorbiva un’alta percentuale di popolazione e nonostante gli elevati tassi di natalità interi paesi si spopolavano.
Il “Cristo si è fermato ad Eboli” esprimeva all’opinione pubblica la reticente immagine di una realtà che risultava essere un’interferenza non funzionale allo sviluppo nazionale e tendeva a risvegliare energie latenti che non si rassegnavano ad essere consegnate ad un fatalismo non gradito: il determinismo geografico.
Si prendeva coscienza dell’azione che doveva rendere attori non spettatori delle proprie condizioni. Era una presa coscienza che stimolava all’azione sostenuta dalle inchieste e dagli studi che nonostante la loro prodigalità nel denunciare e annunciare soluzioni poco avevano contribuito a risolvere il problema.
Le proposte dei meridionalisti e le esigenze di giustizia sociale delle masse popolari furono infatti a lungo impedite dalle condizioni politiche prevalse durante il fascismo. Anche se fu in questo periodo che avanzava l’ipotesi di un intervento per la Bonifica e per il risanamento delle zone incolte e malariche, quasi a voler realizzare i vecchi programmi di ispirazione fortunatiana e nittiana e a voler riconoscere il persistere dei mali individuati e denunciati dai primi studiosi della questione meridionale.
NOTE
EMIGRAZIONE E QUESTIONE MERIDIONALE.
(1)“…
Un popolo libero è un popolo che lavora e spende molto. Se noi avessimo prima
trasformata la nostra società, per far poi la rivoluzione politica, non ci
troveremmo nelle condizioni in cui siamo… colla quale si sono mutati il
governo e l’amministrazione. Le spese sono ad un tratto immensamente
cresciute, senza che la produzione cresca del pari…Molte amputazioni abbiamo
fatto col ferro, molti tumori cancerosi estirpati col fuoco, di rado abbiamo
pensato a purificare il sangue…Ma le condizioni sociali del contadino non
furono soggetto di alcuno studio, né di alcun provvedimento che valesse
direttamente a migliorarne le condizioni…”
P.
VILLARI, Le lettere meridionali ed altri
scritti sulla questione sociale in Italia, Firenze 1878. In: R. VILLARI (a
cura di) Il sud nella storia d’Italia.
Antologia della questione meridionale. Vol. I, Ediz. Laterza, Bari 1975,
pagg. 110,111.
(2)
Ivi, pag. 114.
(3)“…Oggi
il contadino che va a morire nell’Agro Romano, o che che soffre la fame nel
suo paese, e il povero che vegeta nei tuguri di Napoli, possono dire a noi ed a
voi: dopo l’Unità e la libertà d’Italia non avete più scampo; o voi
riuscite a rendere noi civili, o noi riusciremo a rendere barbari voi. E noi
uomini del Mezzogiorno abbiamo il diritto di dire a quelli dell’Italia
superiore e centrale: la vostra e la nostra indifferenza sarebbero del pari
immorali e colpevoli” Ivi, pag. 117.
(4)“ …Insomma,
sotto qualunque forma, il contadino deve in generale dare tutto il lavoro che
comporta la sua forza fisica e il genere di coltura del terreno, e riceve in
cambio lo stretto necessario per vivere il peggio che sia possibile, in un paese
dove la vita materiale , poco comoda per tutte le classi a cagione della
mancanza di civiltà e di commercio, è ridotta, per le classi inferiori, a
tutte le privazioni compatibili col durare dell’esistenza…Vi è una cosa che
parifica la condizione di tutti i contadini proletari, ed è l’usura. Una
fatalità pesa sulla loro esistenza, e fa si che, qualunque somma guadagnino, la
guadagnano troppo tardi, hanno già dovuto, in un momento di bisogno, farsene
imprestare una spesso molto minore, ed il loro guadagno non basta o basta appena
a restituire il capitale e
l’interesse”.
L. FRANCHETTI, Viaggio
in Basilicata, collana La Basilicata nella storia d’Italia, Calice
editore, Rionero in Vulture (PZ), 1996, pagg. 37 e 43.
(5)“... Il contadini
ha di fronte al proprietario la sottomissione assoluta, l’abiettezza del
servo... e fa si che si perpetuino i costumi dei tempi feudali” Ivi, pag.
45
(6)
Ivi, pag. 58
(7)
Ivi, pag. 59
(8) Ivi, pag. 64
(9)“
...L’emigrazione è un bene pei contadini e per l’universo... I mezzi, in
terra e in capitale, di accrescere la produzione e di migliorare la
distribuzione della ricchezza ci sono, l’emigrazione, per mezzo del
rincarimento della manodopera, deve servire a costringere questi mezzi ad
operare ciò di che sono capaci... Il governo avrebbe dunque ogni interesse... a
non impedire l’emigrazione e a circondarla di tutte le garanzie possibili
contro gli abusi e le frodi. Ciononostante, il governo, per ragioni che è
difficile apprezzare o combattere, giacché non le espone al pubblico, dà
istruzione ai suoi agenti di frapporre tutti gli impedimenti possibili
all’emigrazione; si cercano tutti i mezzi possibili per poter rifiutare i
passaporti agli emigranti” Ivi, pag. 70
(10)E. SORI,
L’emigrazione italiana dall’unità alla seconda guerra mondiale, ed. Il
Mulino, Bologna 1979, pagg. 255, 256.
(11)
P. VILLARI (a cura di), Il sud nella
storia d’Italia. Antologia della questione meridionale,
Vol. I, Ediz. Laterza, Bari
1961, pag. 173.
(12) L. Franchetti, Condizioni
economiche ed amministrative delle province napoletane, 1875
(13)“... Vorrei che
molti, e per conto dello Stato e per conto proprio, le girassero, le
visitassero, le studiassero; che nascesse un movimento nell’opinione pubblica
a loro riguardo; che si discutessero per tutta l’Italia coi fatti alla mano le
loro condizioni e i rimedi che vi si possono applicare... Le province Napoletane
andrebbero curate con quella sollecitudine, con quella tenere preferenza che ha
la madre per il figlio rachitico e malaticcio... Noi invece abbiamo trattato
quelle provincie come ragazzi forti e ben costituiti. Colle tasse abbiamo preso
quel poco che avevano, ed in ciò abbiamo agito giustamente giacché si faceva
altrettando per le altre, ma le abbiamo lasciate a se stesse e poi le abbiamo
trattate male perché non sapevano camminare da sé”.
L.
FRANCHETTI, Viaggio in Basilicata, collana
La Basilicata nella storia d’Italia, Calice Editore, Rionero in Vulture (PZ)
1996, pagg. 106 -107.
(14) L.PILOTTI, l’Ufficio
di informazioni e protezione dell’emigrazione italiana di Ellis Island,
Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale dell’emigrazione e degli
Affari Sociali, Archivio Storico Diplomatico, Istituto Poligrafico e zecca dello
Stato, Roma 1993, pag.22.
(15)“... ora noi
siamo invece profondamente convinti che, perché i mali delle varie Regioni
d’Italia possano curarsi, è assolutamente indispensabile che vengano prima
ben conosciuti e dalle Regioni che ne sono rispettivamente afflitte e
dall’Italia intera...è sommamente vantaggioso al paese che i risultati di
queste indagini vengano pubblicati... Crediamo dunque che nell’interesse
dell’Italia non tocchi ai ricercatori di fermarsi nelle indagini... ma alle
persone ben disposte delle Provincie Meridionali di fare ogni sforzo per
sottrarsi alla prepotente influenza dell’ambiente...”
SALANDRA,
La questione sociale in Italia , dalla
“ Rassegna settimanale” 22 sett. 1879, in: R. VILLARI (a cura di), il
Sud nella storia d’Italia. Antologia della Questione Meridionale, Vol I,
Laterza, Bari 1961, pagg. 142,143
(16)
S. SONNINO, L’Emigrazione e le classi
dirigenti , in R. VILLARI (a cura di) ,
Il Sud nella storia d’Italia, .
Antologia della Questione Meridionale, Vol I, Laterza, Bari, 1961,
pag. 179
(17)“...L’emigrazione
in certi casi è una soluzione plausibile d’una difficoltà sociale. Quando
sopra una determinata superficie , un complesso di cause antiche e recenti ha
avuto per effetto di agglomerare una popolazione numericamente affatto
sproporzionata alle risorse del paese, è inevitabile che una parte di questa
popolazione sia ridotta alla miseria...l’emigrazione di una parte della
popolazione in contrade spopolate e ricche di risorse... è una legge di natura.
A siffatta legge contrastano due pregiudizi molto divulgativi. Il primo è
quello di coloro che reputano l’emigrazione in massima come una calamità
nazionale perché priva la patria
delle braccia di molti suoi figli... Il secondo pregiudizio è quello
d’esagerare il rispetto della libertà individuale , fino al punto di negare
allo stato ogni ingerenza nella scelta della meta e del modo di trasferirvisi ai
propri cittadini... Se tutti gli emigranti fossero colti e sufficientemente
agiati , un tale scrupolo si potrebbe comprendere ; ma, quando invece essi sono
sprovvisti di istruzione e di educazione , e sono spinti fuori di paese dalla
fame , quello scrupolo degenera in egoismo dottrinario imperdonabile, sotto
l’influenza del quale ebbe luogo appunto quella deplorevole emigrazione
italiana in Brasile... Non è dunque l’emigrazione per se stessa che lo Stato
deve proporsi di impedire ... Ciò che spetta allo Stato si è di disciplinarla.
”
S.
JACINI, I risultati della inchiesta
agraria (1884 La situazione dell’agricoltura e dei contadini italiani dopo
l’Unità, collana Piccola Biblioteca Einaudi Testi, Einaudi. Torino 1976,
pagg.133,134,135
(18) G. FORTUNATO, Corrispondenze
Napoletane, Edizioni Brenner, Cosenza 1990, “ La emigrazione delle
campagne” - Sala Consilina 22 sett. 1879 - pag. 47.
(19) “La causa prima
del fatto può essere indagata in una ragione o, per meglio dire,
in un complesso di ragioni d’indole economica” Ivi, pag. 44.
(20) ” L’esodo dei
contadini non ha né limiti né misura.... Dal primo gennaio al trentuno agosto
sono emigrati 1555 lavoratori, per nove decimi contadini...In media più di 6
persone al giorno, tutte fornite di regolare passaporto: E dire che,
nell’ufficio della Sotto prefettura, si ha motivo di credere, che un altro
migliaio, almeno è andato via clandestinamente nel breve spazio di 8 mesi! ...
Com’è facile vedere, il caso... merita la pubblica attenzione.” Ivi,
pagg 42, 44.
(21) “...La
borghesia, cioè l’unica classe dominante... da essa appunto provengono i guai
maggiori che hanno afflitto i nostri contadini; da essa hanno origine la
gravezza dei patti agrari, il socialismo a rovescio nelle imposte comunali... da
essa insomma i soprusi e le angherie... Il meglio loro i nostri possidenti
riposero nell’acquisto dei beni ecclesiastici, per i quali non solo si
privarono di risparmi precedenti, ma si obbligarono contemporaneamente per molte
e gravose rate annuali da realizzarsi con le entrate delle vecchie proprietà e
col frutto delle nuove... per far fronte ai pagamenti promessi, ricorrere
all’usura e all’ipoteca. Così le strettezze della borghesia servirono,
anch’esse, ad accrescere il movimento, già cominciato nel 1865
dell’emigrazione del circondario per i lontani lidi degli Stati uniti e
dell’America meridionale” Ivi pag. 46.
(22)
Ivi, pag. 47.
(23) G. FORTUNATO,
Galantuomini e cafoni prima e dopo l’Unità, Scritti scelti a cura e con
introduzione di G. CINGARI, Casa del libro, Reggio Calabria, 1982, pag. 37
(24) “Ci son , senza
dubbio due Italie in una; ma quella di essa che numera nove milioni di
napoletani e tre di siciliani , è un ennima, un mistero per voi ...è una
guerra acerba quella che si combatte laggiù , per l’esistenza: la nostra
società stessa, sconvolta per tanti secoli ,non ancora e stabilmente assestata;
essa è ancora all’inizio della sua formazione, con tutte le violenze – mal
celate dalle forme di un epoca civile – delle società primitive; con tutto
l’urto irresistibile – per quanto sordo e latente – delle passioni
irrefrenate. E una sorte comune adegua tutti, proprietari e proletari, borghesi
e contadini, galantuomini e cafoni: l’assoluta mancanza di capitali, nel vero
senso della parola, assoluta fino né minuti risparmi dell’azienda domestica
de’ meno disagiati... Laggiù quasi non è, non può essere ancora, questione
di ripartizione della ricchezza: male si può ripartire ciò che non ancora è
stato prodotto ” Ivi, pagg. 38, 39, 40.
(25) Il deputato Michele Torraca così parlò, il 20 giugno
1902, alla Camera dei deputati: “…Sicchè
la mia è una provincia che rimarra una landa deserta; un provincia per la quale
non è una frase dire che si spegne… Se torrenti e fiumi, devastando e
infestando, producono la miseria, la miseria produce l’emigrazione, e
l’emigrazione raddoppia la miseria; e l’imposta poi la triplica e la
quadruplica” cit. in D. D’ANGELLA,
Storia della Basilicata, vol. II. Ed. E. Liantonio, Matera 1983, pag. 668.
(26) “Giolitti il 1°
dicembre del 1903, presentando alla Camera il nuovo Ministero, annoverava fra i
problemi , che maggiormente incombono su la vita del paese, e primo fra essi la
riforma tributaria, uno, che non soltanto e di necessità pubblica, ma di dovere
nazionale: quello di rialzare le condizioni economiche del Mezzogiorno, La
questione meridionale veniva quel giorno ufficialmente riconosciuta”. G.
FORTUNATO, Che cosa è la Questione
Meridionale?, collana piccola biblioteca meridionalista, Calice editori,
Rionero in Vulture (PZ) 1993, pag. 44.
(27) ripubblicato con un titolo ricavato dalla sua prima
riga: G. FORTUNATO, Che cosa è la
questione meridionale?, collana piccola biblioteca meridionalista, Calice
editori, Rionero in Vulture (PZ) 1993.
(28)
Ivi, pag. 11
(29) Ivi, pag. 23.
(30) Ivi, pag. 37.
(31)
Ivi, pag. 94.
(32)”...
Laggiù quasi non è, non può essere ancora, questione di ripartizione della
ricchezza: male si può ripartire ciò che non ancora è stato prodotto.”
G.
FORTUNATO, Galantuomini e cafoni prima e
dopo l’Unità, Scritti scelti a cura e con introduzione di G. CINGARI,
Casa del libro, Reggio Calabria 1982, pag. 40.
(33) “ Perché un
punto non è più dubbio, dopo le sicure analisi e i minuti raffronti della
grande indagine statistica, compiuta da Nitti: il Mezzogiorno, comparativamente
alla sua ricchezza, sopporta un onere tributario assai maggiore di quello che
grava l’alta e la media Italia” G. FORTUNATO, Che cosa è la questione meridionale?, collana piccola biblioteca
meridionalista, Calice editori, Rionero in Vulture (PZ) 1993, pag. 59.
(34) Ivi pag. 66.
(35) Ivi pag. 67.
(36) Ivi pag. 92 .
(37) G. FORTUNATO ,
L’emigrazione e le classi dirigenti, in:
R. VILLARI (a cura di), Il Sud nella
storia d’Italia. Antologia della questione meridionale, Vol I,
Laterza, Bari 1961, pag. 174.
(38) Scrive: “Se si
tratta degli interessi dei proprietari l’emigrazione dovrà impedirsi; se di
quello dei contadini, dovrà essere diretta ed aiutata” Ivi pag. 175.
(39) Ivi, pag. 179.
(40) G. FORTUNATO, Il
mezzogiorno e lo Stato Italiano, Discorsi politici (1880-1910) Vol. II,
Laterza, Bari 1911. - Senato del regno, tornata del 30 giugno 1909, nella
discussione generale del bilancio
del Ministero degli affari esteri per l’esercizio finanziario 1909-10.- pagg.
501, 504.
(41) “...Al bilancio
dello Stato l’emigrazione costava poco in termini di strutture amministrative
e assistenza ed il costi gravavano sul “fondo
emigrazione “ costituito dai prelievi sull’importo del passaggio in nave
degli emigranti. Quasi nullo fu lo sforzo del governo per seguire con strutture
consolari la mutevole geografia dell’emigrazione italiana e, forse, qualche
cosa di più costò il rimpatrio a spese dello Stato di quei disperati che si
incagliavano senza denaro in qualche luogo dell’Europa e dell’America
meridionale... e si cercò di scaricare l’onere o sul “fondo emigrazione” o sulle società di beneficenza
costituite presso le comunità italiane all’estero...”
E. SORI,
L’emigrazione italiana dall’unità alla seconda guerra mondiale, ed. Il
Mulino, Bologna 1979, pag. 120
(42) “ Vi sono
regioni che quasi non conoscono le espropriazioni e altre che ne vedono ogni
giorno in grandissimo numero: La Basilicata, che per popolazione rappresenta
appena il ventunesimo dell’Italia settentrionale, ha da sola un numero di
espropriati tre volte superiore”
F.S. NITTI, Nord e
Sud, collana Piccola Biblioteca Meridionalista, Calice editore, Rionero in
Vulture (PZ) 1993, pag. 109.
(43) “Per
quarant’anni è stato un drenaggio continuo: un trasporto di ricchezza dal Sud
al Nord: Così il Nord ha potuto più facilmente compiere la sua educazione
industriale; e quando l’ha compiuta ha mutato il regime doganale: E il
Mezzogiorno...ha funzionato dopo il 1887 come una colonia, come un mercato per
l’industria del Nord” F.S. NITTI, Scritti
sulla Questione Meridionale, Edizione Nazionale delle Opere, Vol. I,
Laterza, Bari 1968, pag. 138.
(44) Napoli diviene la città esemplificativa della
condizione denunciata: “Napoli... La
grande città, la capitale politica di un regno, o la capitale storica e
intellettuale di una regione, è l’anima stessa della vita di ogni collettività
...Dopo il 1860, perduta la corte, perduta la numerosissima amministrazione
centrale dei Borboni, non rimaneva a Napoli che trasformarsi in un paese
industriale. Ma mancava l’educazione... Mancò soprattutto la possibilità. Le
imposte, mitissime sotto i Borboni, vennero alcune raddoppiate, altre triplicate
improvvisamente; molte vennero aggiunte. La vendita tumultuosa dei beni
demaniali ed ecclesiastici sottrasse da una parte la moneta, dall’altra
determinò il trasferimento di quantità notevole di ricchezza dal Sud al
Nord... Più tardi non pochi governi considerarono il Mezzogiorno, che non aveva
ancora formato la sua educazione alla vita liberale, come un paese adatto a
formare maggioranze ministeriali: dopo il 1876 fu dato... in preda alle
clientele elettorali che bisognava combattere... Donde invece di venire un
miglioramento nell’amministrazione, venne quella condizione di cose che a
tutti è nota e che impedisce ogni sviluppo di vita industriale. Le tariffe del
1887, diminuendo la potenza di consumo di tutto il Mezzogiorno, fecero il
resto” Ivi, pagg. 111, 112 .
(45) “…Per la
Basilicata e la Calabria sono all’incirca un milione di ettari da espropriare
e rimboschire, basterebbe iscrivere in bilancio una spesa di venti milioni ogni
anno. Quale afflusso di vita nuova! I proprietari riceverebbero capitale
circolante... prepareremmo una grande impresa finanziaria, poi che in definitiva
lo stato farebbe un ottimo affare. Si tratta di una trasformazione di
capitali...Noi dobbiamo preparare il grande Demanio dello Stato, delle acque e
dei boschi, che ci renderà più facile lo sviluppo industriale”.
F.S. NITTI, Discorso
alla Camera dei Deputati del 28 giugno 1908, in: Scritti sulla questione
Meridionale, Edizione Nazionale delle Opere, Vol. IV Tomo I., Laterza, Bari,
1968 pag. 20
(46)”Secondo ciò
che il Fortunato nelle sue bellissime ‘Corrispondenze napoletane’ alla
‘Rassegna settimanale’ , e il Franchetti nel suo capolavoro sulle
‘Condizioni economiche ed amministrative dell’Italia Meridionale’ han
dimostrato, tutti o quasi tutti gli emigranti, quando tornano in patria,
ritornano provvisti di una certa agiatezza, mentre erano partiti miserabili, e,
tranne per pochi possidenti il risultato dell’emigrazione non è esiziale”
F.S. NITTI, Scritti
sulla questione meridionale, Edizione Nazionale delle Opere
vol. I, editori Laterza, Bari 1968, pag. 364.
(47) “Gli avversari
dell’emigrazione mostrano , come ho detto, una così grande ignoranza dei
fatti sociali, una conoscenza così incompleta della vita italiana e della vita
delle campagne, da poter credere che una semplice retoricata a sangue freddo
possa far breccia nell’animo di una persona, che forse la sola emigrazione
salva dal diventare un malfattore .entrate nei paesi dove grande è
l’emigrazione, girate un po’ quei tristi villaggi di Basilicata, della
Calabria, del Salernitano, dove famiglie intere emigrano dopo lunghe lotte per
raccogliere le poche centinaia di lire necessarie al viaggio, e parlate di
Patria a quei disgraziati, che la fame costringe ad abbandonare il proprio
paesello.”
Ivi, pag. 365.
(48) Ivi, pag. 382.
anche in F. S. NITTI La
nuova fase della emigrazione d’italia, discorso pronunziato per
l’inagurazione solenne delll’anno accademico nella R. Scuola superiore di
agricoltura in Portici il 21 nov.1896, premiato stabilimento Tip. Vesuviano,
Napoli 1897, pag. 6
(49) F.S. NITTI
Scritti sulla questione meridionale, Edizione Nazionale delle Opere
vol. I, editori Laterza, Bari 1968, pag. 364.
(50) Ivi, pag. 381.
(51) F.S. NITTI (Relazione di), Inchiesta Parlamentare sulle condizioni dei contadini delle Provincie
Meridionali e della Sicilia, vol. V, Basilicata e Calabria, tomo I,
Tipografia G: Bertero, Roma 1910 , pag. 87.
(52) Un contadino di
Monteleone
“
I contadini se ne vanno in America perché qui non si può campare... i padroni
sarebbero buoni, ma sono anch’essi disperati: trattano i contadini come
cani” Ivi,
pag.90
Un
proprietario di Nicastro “ La gente non pensa che di andare in America... Ho
portato i salari fino a 3 lire, eppure la manodopera manca..”
Ivi, pag.92.
(53)“ Bisogna
riconoscere che l’emigrazione ha agito assai più rapidamente e profondamente
di qualsiasi riforma legale. L’emigrazione ha fatto sparire gran numero di
coloro che un tempo accettavano i patti angarici , ha indebolito e modificato
questi patti a favore di quelli che sono rimasti in patria, trasferendo
ricchezza dal proprietario al coltivatore non già a credito ma in proprietà;
essa ha infine cominciato a far rifluire quel capitale circolante che
rappresentava la prima condizione di fatto per la moderazione del tasso
d’interesse” Ivi, pag. 151.
(54) F. S. NITTI, La
nuova fase della emigrazione d’Italia, discorso pronunziato per
l’inaugurazione solenne dell’anno accademico nella R. Scuola superiore di
agricoltura in Portici il 21 nov.1896, premiato stabilimento Tip. Vesuviano,
Napoli 1897, pag. 6
(55)“ Avvertito il
danno della scomposizione demografica, ed il vantaggio della capitalizzazione
monetaria, è derivato negli ultimi anno un movimento di attenzione pubblica da
parte dello Stato...Ora è innegabile che l’emigrazione, se si saprà
intenderla ed utilizzarla, costituirà il più possente fattore di rinnovamento
interno, e di più saldi rapporti internazionali con quei paesi verso cui si avviano in massa gli italiani”
F.S. NITTI (Relazione di), Inchiesta Parlamentare sulle condizioni dei contadini delle Provincie
Meridionali e della Sicilia, vol. V, Basilicata e Calabria, tomo I,
Tipografia G: Bertero, Roma 1910, pag. 200.
(56) F.S. NITTI
Scritti sulla questione meridionale, Edizione Nazionale delle Opere, Vol. I,
Laterza, Bari 1968, pag. 383.
(57) Ivi, pag.
206.
(58) E. CICCOTTI,
L’emigrazione, in:S. M. ROMANO (a cura di), Storia della Questione Meridionale, Pantea. Palermo 1945, pag. 292.
(59) Ivi, pag. 293.
(60) Ivi, pag. 291.
(61) Ivi, pagg. 291, 292.
(62) Ivi, pag. 293.
(63) Ivi pag. 293.
(64) Ivi, pag. 294.
(65)“lavori…che
spesso deprimono e avviliscono chi li esercita...e la posizione quasi servile
degli emigrati, surrogati in molta parte agli antichi schiavi, si riflette, come
una caratteristica d’inferiorità, sul paese d’origine” Ivi,
pagg. 294, 295.
(66) “non poter
esercitare che il mestiere dello spazzino, del lustrascarpe, del terrazziere,
del rivenditore ambulante: E quando tornano in patria, dopo avere, a furia di
sforzi deprimenti, tesaurizzate le loro economie spinte fino
all’inverosimile,... si trovano di non
essersi nulla assimilato dell’ambiente superiore ove sono vissuti.. restano
poi in uno stato di disagio...” Ivi, pag. 296.
(67) Ivi ,pag. 296.
(68) Ivi, pag. 297.
(69)“ Per l’Italia
meridionale, e soprattutto per la Calabria e la Basilicata, il problema più
importante è aumentare la produzione” F.S. NITTI Scritti sulla questione meridionale, Edizione Nazionale delle
Opere, Vol. I, editori Laterza, Bari 1968, pag 212.
(70) ”Riteniamo
doveroso dare risalto ed illustrare quei
nostri uomini che, nello sforzo tenace della volontà e del lavoro, della
rettitudine e della costanza, sono riusciti a formarsi all’Estero posizioni
sociali ed economiche di prim’ordine. Preghiamo costoro di mandarci le loro
fotografie... deve dare a tutti l’esempio e la dimostrazione di quello che
possano il lavoro, la volontà e lo spirito d’iniziativa della gente lucana”
La redazione, Anno I - N° 3-4, Nov. Dic. 1924, pag. 252 in:
LA BASILICATA NEL MONDO, Rivista
regionale illustrata, annate 1924-1925-1926-1927. Ristampa anastatica in 4
volumi. Editrice BMG, Matera 1984.
(71) ”Lo spostamento
demografico, che si compendia nel fenomeno dell’emigrazione, non è che
spostamento di lavoro... è semplicemente una massa di lavoro che si sposta
sotto il predominante impulso - cosciente o non cosciente - del tornaconto
economico... Occorre rilevare che da parecchie decine di anni la facilità di
emigrare ha impedito... che i lavoratori esasperati...divenissero turbolenti e
insofferenti, fino ad assumere aspetti tempestosi di ribellione... Forse da
questo punto di vista, l’emigrazione ha influito negativamente rispetto allo
sviluppo sociale del Mezzogiorno; perché avendo in parte eliminato le cause di
un dissidio che sarebbe sorto, sotto la specie di interesse economico,
nell’animo del lavoratore meridionale, ha impedito che in questi penetrasse la
coscienza dei propri diritti nazionali, fino a farsi artefici... della rinascita
del Mezzogiorno”
E. LATRONICO, Riflessi
sociali delle restrizioni migratorie ,anno II, N° 7, Nov- dic. 1925, pag.
389 in: LA BASILICATA NEL MONDO,
Rivista regionale illustrata, annate 1924-1925-1926-1927. Ristampa
anastatica in 4 volumi. Editrice BMG, Matera 1984
(72) G. RIVIELLO, Le
colonie Basilicatesi negli Stati Uniti D’America, Anno III, Sett.1926, N°
4, pagg. 217 -220 in: LA BASILICATA NEL MONDO, Rivista regionale illustrata, annate 1924-1925-1926-1927. Ristampa
anastatica in 4 volumi. Editrice BMG, Matera 1984.
(73) “... se tutti
si contentassero di vivere del pane
dell’oggi, quasi tutta la nostra gente, che emigra, potrebbe vivere in patria
, aiutandosi con l’esercizio del mestiere e con le piccole rendite rurali...
Miseria vera, insomma, in Basilicata quasi generalmente non v’è...” G.
RIVIELLO, Aspetti generali della nostra
emigrazione , Anno III,Ott.1926, N° 5, pag. 321 in: LA BASILICATA NEL MONDO,
Rivista regionale illustrata, annate 1924-1925-1926-1927. Ristampa
anastatica in 4 volumi. Editrice BMG, Matera 1984.
(74) “...L’ansia
del divenire continuo della vita ha preso, quasi inconsapevolmente, l’anima
più profonda del nostro popolo... Avevano prima sentito dire di un paese
lontano... poi qualcuno di essi lo aveva veduto. Era andato, era tornato: aveva
comprato case e terreni, e viveva una vita diversa da quella di prima. Faceva il
proprietario e il signore. Sulla testimonianza, sulla fede, sull’esempio dei
pochi, che furono i primi, i molti presero, volta a volta, la propria
determinazione di emigrare” Ivi, pag. 321.
(75) “…( i
contadini) non erano fascisti, come non
sarebbero stati liberali o socialisti o che so io , perché queste faccende non
li riguardano , appartengono a un altro mondo, e non avevano senso. Che cosa
avevano essi a che fare con il Governo, con il Potere, con lo Stato? Lo Stato,
qualunque, sono “quelli di Roma”… C’è la grandine, le frane, la siccità,
la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili … Ci fanno ammazzare
le capre, ci portano via i mobili di casa, e adesso ci manderanno a fare la
guerra. Pazienza! Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più
maligno, perché stà sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue
formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li
capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna
ragione perché li vogliano capire…”
C. LEVI, Cristo
si è fermato ad Eboli, Mondadori,
Cles (TN) 1976, pag. 71.
(76) Ivi, pagg. 91, 92.
(77)
Ivi, pag. 91.
(78)
Ivi, pag. 108.
(79)
Ivi, pag. 109.
(80)
Ivi, pagg. 122, 209.
(81)
discorso pronunziato da Mussolini a Potenza il 27 agosto 1936 in: R. VILLARI
(a cura di) , Il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale,
Vol. II, Laterza, Bari 1961,
pag. 612.
(82) C. LEVI, Cristo si è fermato ad Eboli, Mondadori, Cles (TN) 1976, pag. 210.
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